Scritto da Antonio Murgia il . Pubblicato in Attività in codula.

Il Ramo del Bue

E’ il weekend del 1-2 giugno 2008. Leo Fancello e Roberto Loru si trovano nel cuore di “Su Molente”, provano a risalire verso monte attraverso il maestoso sifone di “Su Gologonetto”. La forte corrente e, in particolar modo, la scarsa visibilità, dovuta alle intense precipitazioni dei giorni immediatamente precedenti l’immersione, li costringe a ripiegare. Tornati sui loro passi decidono  di risalire per la grande “Galleria del Metrò”,  invasa da depositi sabbiosi e adornata da belle concrezioni. Si affacciano quindi sull’ennesimo sifone. Questa volta la direzione è verso la Codula di Luna e quindi verso la probabile giunzione con il Bue Marino. Superano qualche centinaio di metri di grandi ambienti sifonanti ed emergono in una serie di laghi che sprofondano in nuovi  passaggi sommersi.

Le seguenti  uscite porteranno, dapprima all’individuazione di una via preferenziale di approfondimento nel dedalo di cunicoli, quindi a penetrare, superata una frattura verticale ed un saltino armato con scaletta, nei più ampi ambienti  post sifone del "Ramo del Bue" dentro “Su Molente”. 
La meticolosa esplorazione delle gallerie principali consentirà di individuare alcune interessanti diramazioni.
Si organizzano una serie di impegnative uscite che portano ad ampliare la stretta frattura in un ambiente angusto e precario per l’incombenza della sovrastante frana.

 

E’ il mese di settembre dell’anno successivo  quando il nostro Roberto Loru, in compagnia di Carmelo Logias del Gruppo Ricerche Ambientali di Bosa, alla guida di un gruppo di speleosubacquei della Repubblica Ceka, ripercorrono le grandi gallerie sommerse verso la Codula Ilune e, lasciatisi alle spalle interessanti diramazioni, riemergono in ambienti subaerei. Un torrentello si riversa  a cascata nel lago terminale proprio di fronte ad una galleria sabbiosa che, diramandosi per ampie condotte, risale dapprima gradatamente quindi con maggiore pendenza per dune di sabbia e frane,  arrestandosi contro stretti cunicoli ascendenti e diaclasi anguste.

Nell’occasione si provvede ad effettuare un rilievo interno-esterno attraverso il geo-radar. In superficie si capta, fra le sabbie tutte attorno agli scoscesi versanti di Pedra Molina, forte e chiaro, il segnale stimato in 12 mt di profondità. Una distesa di sabbie addossata contro parete è l’area di ricerca e di scavo. Uno scavo da portare avanti, come spesso ci è capitato negli ultimi tempi, quasi alla cieca.

E’ il 14 marzo del 2008. Con Corrado decidiamo di aprire il cantiere. Le ore passano man mano che ci approfondiamo sotto la parete, man mano che tutto attorno costruiamo trincee di sabbia e grosse pietre. Scavare sul niente non è semplice e il confine tra il proseguire alla cieca e l’abbandonare i lavori è davvero labile.

Un pò scoraggiato mi sposto di appena qualche metro alla ricerca di pertugi più promettenti quando sento Corrado che, giubilante, mi comunica la presenza di aria. Mi affaccio anche io sulla stretta fessura tra i blocchi di pietra  ed effettivamente percepisco una discreta brezza. Stiamo lavorando bene. Stavolta la Codula Ilune, sempre parca di regali, parrebbe volerci premiare.

La settimana successiva siamo in quattro. Il sottoscritto, Pietro Manca, Corrado Cocco e Sergio Firinu.

Lo scavo inizia a prendere una piega più decisa. Riusciamo ad approfondirci e a spostarci parallelamente al greto del torrente.

 

Sarà l’uscita successiva che porterà Roberto Loru, Gianni Dore, Leo Fancello e Maria Masuri a sfondare un piccolo diaframma roccioso e penetrare in una rete di basse condotte che si approfondiscono gradatamente.

 

Vien quasi da correre per la frana d’ingresso e per le gallerie sabbiose fino al lago il cui livello delle acque è ancora piuttosto alto in questa stagione.

La prima è un ramo laterale che corre parallelamente alla Codula Ilune individuato per primo da Giuseppe Dussoni e che al momento, fino a quando qualcuno non si deciderà a battezzarlo ufficialmente, chiamerò appunto “Dusseldorf”, non me ne voglia il nostro webmaster.  La galleria in questione si sviluppa contro le frane di calcare e basalto che riempiono le profondità del  greto del Rio Codula Ilune ed è collegata in più punti, per stretti passaggi, con gli ambienti d’ingresso superiori (risalendo una paretina, per pertugi impraticabili, si intravede la scaletta), oltre che con un livello di condotte inferiori. Queste ultime alimentate dalle ingenti perdite della Codula Ilune che, in questo punto, nei periodi di più intense precipitazioni, cadono a cascata dall’alto, risultano normalmente sifonanti  fino al periodo tardo primaverile e, come verrà accertato in seguito, retrovertono per bassi cunicoli fangosi,  verso la galleria principale, quella che porta al lago.

La seconda è una diramazione che si sviluppa proprio a ridosso del lago. Una serie di visite successive porteranno Corrado Cocco dapprima in solitaria, quindi in compagnia del sottoscritto, a percorrere un lungo e basso tunnel di almeno una  cinquantina di metri in passato percorso solo parzialmente da Roberto Loru proveniente dai grandi sifoni a monte. 

 

Il cunicolo in questione è ostruito da sabbie e percorso, in periodo non estivo, da un torrentello che rende poco agevole, oltre che pericolosa, la progressione e che emerge a pressione da una stretta frattura che taglia la roccia viva in corrispondenza di un ambiente più ampio. Quest’ultima  parrebbe collegata a livelli inferiori di condotte allagate.

 

 

 


In estate il cunicolo è asciutto ed è circondato, a monte della citata “risorgente”, da una serie di ambienti più ampi e più alti che si diramano lateralmente in cunicoli e condotte spesso occluse da terriccio o da grandi dune di sabbia. Questi ambienti, finora colpevolmente trascurati,  parrebbero in collegamento con ingressi superiori e, sembrerebbero approfondirsi verso il basso, proprio in chiusura della condotta, in un imbuto franoso di apparentemente facile disostruzione.  Un tentativo appena abbozzato di scavo portava infatti il sottoscritto a percepire i sottostanti vuoti e consentiva di udire distintamente il terriccio smosso dai lavori di rimozione di massi e detriti, che ricadeva su pozze d’acqua.

La terza interessantissima diramazione era rappresentata, invece, da un ambiente poco distante dal lago che andava a cozzare contro una imponente frana addossata a due ciclopici massi di basalto. La via sembrava chiusa se non fosse per una fenditura nella roccia viva, con aria, posta proprio sotto i due grossi blocchi. Forzare questo passaggio,  considerato come una possibile via di accesso alle sottostanti condotte, semi-allagate in tarda primavera ed estate e sifonanti in autunno-inverno, diviene il nostro principale obiettivo.  


Appena sopra di noi si trovano le condotte terminali dei rami di “Dusseldorf”  con i loro relitti di gallerie freatiche sfondate da frane ciclopiche.

Una serie di disavventure ci costringe a rinviare, uscita dopo uscita, l’appuntamento con l’ignoto fino a quando la Codula Ilune decide di rinviare definitivamente la partita ricolmando di sabbie e detriti il precario ingresso alla cavità.

Solo quest’anno, in poche uscite, si riuscirà ad avanzare nell’importante imbuto di roccia senza tuttavia sciogliere tutti gli interrogativi legati alla misteriosa rete di condotte cui da adito. Il 13.06.2010 il sottoscritto con Pietro Manca e Sergio Firinu riaprono il “Ramo del Bue”, apprezzando il candore delle pareti di ingresso dilavate dalle furibonde acque delle recenti piene. In una successiva uscita sempre lo scrivente e l’immancabile Sergio Firinu assieme a Marcello Moi ritornano finalmente sul luogo del misfatto. Si arranca carponi,  si striscia, si martella  fino a consentire al solito “Moisceddu” di penetrare fra le pieghe della pietra.

 

 

Marcello si ritrova in un ambiente con il pavimento ciottoloso e franoso, con delle pozze d’acqua, ostruito a monte da depositi sabbiosi e a valle da grossi blocchi impenetrabili. Si muove ora in piedi, ora carponi, per qualche decina di metri ma non mostra particolare entusiasmo. La galleria corre praticamente sotto le gallerie “Dusseldorf”, ma almeno tre-quattro metri più in basso, praticamente ormai in corrispondenza del livello di falda.  E’ probabile, ma è solo un’opinione personale,  che la condotta, sicuramente da rivedere oltre che da rilevare, si colleghi a monte con la probabile prosecuzione verso il basso della “Prima buca di Pedra Molina” i cui scavi sono interrotti da ormai troppo tempo,  mentre a valle vada a confluire nella diramazione post lago-sifone terminale, visitata nelle precedenti uscite. Occorrerà ritornare. Demoralizzati, con Sergio, sotto gli occhi attoniti di Marcello,  proviamo a penetrare per le pericolose frane dei rami di “Dusseldorf”, prima di riprenderci e decidere che forse non è il caso di esagerare. In risalita rovistiamo con  attenzione  fra i blocchi delle frane a monte del pozzetto di accesso alla galleria principale, nel rinnovato tentativo di scavalcarli e penetrare sotto la Codula Ilune, ma questi confusi ambienti parrebbero risalire in direzione delle sovrastanti, anguste,  condotte d'ingresso.

Torneremo.

 

Nel frattempo l’ennesima piena ha nuovamente coperto tutto nonostante una solida barriera di tronchi e pietre posta a protezione dell'ingresso.

 

 

 

Ovviamente....non finisce qui!!!!